La vita matrimoniale

Vi diranno che sembrava semplice: non lo è! Vi diranno che è tutto meraviglioso: è una bugia. Dovrete pensare per due, conciliare tutto in due, dividere per due, moltiplicare per due. Cosa accade quando ritornate dall’atmosfera fatata del viaggio di nozze? Iniziate a realizzare l’ineluttabilità della vita matrimoniale.

In cosa consiste questo difficile ma inevitabile cambiamento?

Ecco riassunta in sei punti l’impercettibile fato che attende tutti coloro che decidono di pronunciare il fatidico si:

Gli amici inizieranno a chiedervi quando sfornate un bebè.

Che vi siate sposati da un’ora o da dieci minuti, tutti inizieranno a chiedervi quando fate un figlio, anche se non avete ancora realizzato l’immane enormità di ciò che avete fatto. Rispondete pure che non ve la sentite, che non ve ne frega, che non ne farete mai, che li farete domani, ma chissenefrega! sentitevi liberi di vivere la vostra vita di coppia come meglio preferite.

Tutti vi eviteranno come la peste, a parte gli amici sposati

Dal secondo successivo a quello in cui avete pronunciato il fatidico “si” avete perso il vostro status di persone libere. La parola ” marito” comparirà magicamente ogni volta in cui si organizzerà una cena, un addio al nubilato, una giornata fuori. Sembrerà che inevitabilmente la vostra vita sia legata a doppio filo con quella di vostro marito, che la vostra mobilità sia limitata, che non possiate vivere senza di lui, che non avrete più amici, che il vostro essere donna è inevitabilmente morto. Divertitevi a smentire questa teoria, vi ringrazieranno tutte le vostre amiche e la vostra femminilità.

Sarete da soli, prima che in due

Amatevi da soli, uscite da soli, ritagliatevi i vostri momenti di solitudine e di passioni, in modo da rimanere voi stesse. Non siate solo la moglie di qualcuno o la madre di qualcuno, ma realizzatevi nella vita e nel lavoro. Se sarete in grado di stare da sole, sarete in grado di avere anche una sana relazione di coppia. La donna è tipicamente sottovalutata dalla società: retaggio maschilista vuole che le donne non possano fare altro che essere madri. Liberateci da questi pregiudizi, siate madri solo se vi va.

Maternità o carriera?

L’uomo non sceglie, l’uomo non è costretto a decidere. L’uomo demanda, la donna deve impegnarsi a dimostrare sempre che vale, che ha qualcosa in più, che si può investire su di lei. Nessuno vi dirà mai che una donna si sbatte il doppio, il triplo dei suoi colleghi uomini. E se sei sposata poi? Daranno per scontato che tu abbia dimenticato quanto ti sei sbattuta prima. A costo di fare la funambola, spero di continuare così, a vivere, lavorare, avere dei figli e perché no? Avere degli amici.

Dividere gli spazi

Dividere gli spazi, conciliare la vita, gli impegni, compromessi, Patti, fare spazio. Queste saranno le parole d’ordine: l’amore è questo, compromesso e malleabilità. Lo ammetto, dividere gli spazi è stato una tragedia per noi che eravamo pieni di oggetti e di cose. Abbiamo fatto decluttering di oggetti e di inutili orpelli, per spogliarci e rimanere vestiti solo di sentimenti e sincerità.

Moltiplicare la felicità

Il matrimonio implica sacrificio e felicità, è un binomio indivisibile. Senza l’uno, l’altro non può esistere. Quando mi perdo in un abbraccio o in un bacio, non posso dire di non essere felice e di aver fatto la migliore scelta possibile.

Per quanto sia difficile ed in salita la strada che ci attende, ci sono poche cose sicure in questa vita. Una di queste è sicuramente l’amore che provo per mio marito, anche quando lo strozzerei . E per il resto? Per il resto si va avanti, godendoci questa meravigliosa e difficile avventura.

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Japan, mon amour

Io ed Emmebi siamo planati in Giappone per il nostro viaggio di nozze, che è durato la bellezza di quasi venti giorni. Stimolati dalle letture colte di Murakami e Yoshimoto, abbiamo iniziato con il visitare Tokyo, per una tre giorni tutta da vivere. Le stanze sono die buchi, delle piccole tombe dove, con 4 valigie, devi decidere se lavarti o farti un the. Abbiamo imparato inoltre che il Giappone non è a misura di Emmebi: è tutto alto in media 1,70 m, quindi era tutto uno sbattere la testa ovunque. Ci siamo persi nella meravigliosa realtà urbana di Tokyo, che ci ha consentito di scoprire templi e Tori in mezzo alla natura e ai grattacieli. Abbiamo mangiato in posti microscopici, spendendo pochissimo e ci siamo persi nelle viuzze di Ginza, Shibuya e Asakusa.

E’ seguita un’immersione nella natura di Hakone e del lago Ashi, grazie alla meravigliosa funivia che ci ha consentito di salire sul monte e ridiscendere verso il lago, il tutto in una giornata. Dopo il monte Fuji, ci siamo diretti verso Kyoto: città enigmatica e storica, con il fascino tipico di un posto dall’urbanizzazione selvaggia, indiscriminata, attorno ad un nucleo antico. Ovunque vai vedi templi antichi, deliziosi negozietti, angoli intrisi di spiritualità e mistero. Ciò che colpisce del Giappone è il mettere davanti la collettività: puoi lasciare la borsa incustodita, puoi perdere il portafogli, puoi avere un problema e sei certo che qualcuno verrà in tuo aiuto. Sei anche certo che, se trasgredisci qualche regola (le regole esistono e sono espressamente scritte, ovunque) ci sarà qualcuno che te lo farà notare.

Noi abbiamo gradito molto la notte in Ryokan, che ci ha permesso di immergerci realmente nell’atmosfera culinaria giapponese. Certo, il pesce a colazione non siamo riusciti a mangiarlo, però sicuramente è stata un’esperienza diversa.

Il Giappone che non ti aspetti

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Da Kyoto abbiamo fatto anche un’escursione a Nara, dove i cervi sono liberi di scorrazzare nel parco, a contatto con gli uomini ed appassionati di volantini, plastica e tutto ciò che pende. Ho avuto anche un incontro ravvicinato con un cervo 😀 da cui sono scappata terrorizzata. Hiroshima ci ha commosso, in quanto abbiamo toccato con mano la realtà della guerra e della distruzione e la grande dignità di una città che della rinascita ha fatto la sua bandiera e del disarmo il suo slogan. Osaka, ultima tappa del nostro viaggio, ci ha stupito: piena di zone bellissime, come ad esempio la zona del castello e del parco fluviale, meta di moltissime gite scolastiche.

Cosa non ci è piaciuto?

Come tutti i viaggi, non è tutto rose e fiori: cosa non ci è piaciuto?

  1. Il fatto che la gente, soprattutto a Tokyo, sia sempre infilata con la testa nel cellulare, ovunque e comunque;
  2. Il fatto che spesso, per quanto sia bello ed edificante rispettare le regole, il loro rispetto diventi quasi maniacale ed ossessivo;
  3. Il fatto che non si parli da nessuna parte e non si rida, mai;
  4. Il fatto che nelle zuppe non è possibile riconoscerne gli ingredienti;
  5. Il fatto che per quanto ti sforzi, non si parli inglese, nemmeno se aiutati con simboli e foto;
  6. Il caldo assurdo della metropolitana di Tokyo e lo sbalzo termico dell’ingresso nel vagone;
  7. La mia bronchite perenne;
  8. L’umidità e l’afa;
  9. Gli omini raddrizzafile;
  10. Gli omini che ad ogni fermata richiedono il Japan Rail Pass.

Cosa abbiamo adorato

  1. Si mangia sempre ed ovunque, in modo spasmodico, e mangiare costa pochissimo;
  2. Le meravigliose rappresentazioni dei piatti in cera, che aiutano il turista,
  3. L’onestà della gente e la disponibilità ad aiutarti;
  4. I jingle della metropolitana e dei treni;
  5. Il fatto che, nonostante siano città enormi da milioni di abitanti, prendere un treno o fare un biglietto sia così maledettamente semplice ed intuitivo: dove il loro inglese non arriva, ci pensano le insegne, le scritte e le indicazioni;
  6. La cultura millenaria, i prezzi onesti per entrare nei monumenti, i Pass supereconomici;
  7. Il fatto che il turista sia visto come una risorsa, e non come un pollo da spennare;
  8. Il mettere al primo posto il benessere della collettività, con tutti i guai che ne conseguono a volte,
  9. I gyoza, gli onikomiyaki, i teppanyaki, i dolcetti meravigliosi
  10. Tutti i gadget, le maschere per i capelli e tutte le fantastiche cianfrusaglie che trovi ovunque
  11. I cioccolatini ripieni e tutte le varianti di Kit Kat
  12. il te matcha ❤

A parte questo, saremmo potuti essere ovunque, in quanto la felicità è nel cuore: e il nostro cuore è pieno di quell’amore meraviglioso che proviene dall’accettazione l’uno dell’altra.  Dei nostri difetti, soprattutto, e, se non l’avessi detto abbastanza, lo confermo anche qui: Emmebi, spero che le lacrime di gioia che ci velavano gli occhi all’altare (spero non fossero per il mio abito da meringa), siano lo spirito con cui affrontiamo tutta la nostra vita, salite e bronchitelle incluse. ❤ From Japan with love, abbiamo realizzato un sogno

L’abbonamento al sentimento

Pensando a cosa sia un abbonamento, mi rendo conto sempre più spesso di quanti ce ne vengano propinati ogni giorno. Abbonati ad Amazon Prime, a Netflix, a YouTube, a Mediaset Premium e così via. Sembra che per ogni cosa sia necessario, anzi quasi obbligatorio, avere un abbonamento per non ascoltare la pubblicità, per avere subito tutto e per non dover attendere. Siamo preparati ad avere WhatsApp, che ci avvisa con le spunte blu se lui ha letto il messaggio, a pubblicare uno stato, una Instagram story, un post su Facebook e ad avere miliardi di interazioni in pochi secondi.

E’ finita l’era del fazzoletto e del cappello?

 

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(immagine da http://www.jolpress.com)

Fino a trent’anni fa circa, esisteva la fase del corteggiamento: l’uomo che si faceva notare, che corteggiava la donna, che si faceva attendere e lei che sapeva aspettare. Erano amori che nascevano lentamente, senza clamore: la donna e l’uomo sapevano attendere, disegnare fantasie e ricordi e, soprattutto, sostenere e sostenersi. Non era una spunta blu a condannare il malcapitato all’oblio e non era una foto su Facebook a far immaginare tradimenti e terribili storie di corna. Viviamo in primo piano, come se la nostra vita fosse su un immenso palcoscenico, fatto di finzione ed apparenza.

Non esiste più la frangibilità ed il fallimento

Sentiamo ogni giorno di ragazzini suicidi per un esame andato male, per un corteggiamento non riuscito o per un fallimento. Uomini che uccidono le loro donne e i loro figli, che spazzano via in pochi minuti sogni, speranze e vita. Non si ammette più la fragilità, il fallimento, la frangibilità di una vita che può essere spezzata, ma anche ricostruita.

“Kintsugi” è una pratica giapponese, un’arte che consiste nell’impreziosire con oro fuso le crepe di un vaso o di un oggetto in ceramica. E’ qualcosa di antico e misterioso, che trasforma il dolore di una rottura in un’occasione di rinascita. Accetta il fallimento, dunque, fallo tuo e accresci le possibilità che ti dà: la crepa diventerà bellezza, la cicatrice diventerà la forza di andare avanti.  E non pretendere una risposta immediata: le cose significative non hanno riscontro rapido: i sentimenti, come le piccole cose, hanno bisogno di tempo e nutrimento per poter crescere e maturare.

La resilienza e l’adattabilità

Una delle caratteristiche che ho sempre ritenuto fondamentali nel mondo moderno è la capacità di essere flessibili ed adattabili, di riuscire a far propri i problemi che la vita pone, a maturare delle strategie di difesa e a mantenere la memoria dei fallimenti passati, in modo da imparare una lezione per il futuro. La resilienza è la base della felicità: un punto di forza, un polo non indifferente di attrazione di energia positiva. e, si sa, se pensi positivo le cose belle arrivano! Per questo, dunque, come è possibile pensare a sentimenti provati a comando? Ad un mondo di amori consumabili, sesso prêt-à-porter, uomini intercambiabili.

L’abbonamento al sentimento, così come quello a Netflix o a Spotify, non è così vantaggioso: non si può staccarlo quando si vuole, non è semplice disabbonarsi e non ci sono rapidi riscontri. Della serie: morto un papa se ne fa un altro! Sarebbe bello così, staccare un interruttore, come staccare i rapporti. Ma i rapporti, in realtà, feriscono, lasciano strascichi e ci lasciano confusi e doloranti, come dopo un incidente stradale.

Quali sono dunque le migliori strategie per combattere “i consumabili”?

 

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(immagine presa da Aleteia.org)

Una relazione consumabile assorbe tutte le nostre energie, rendendoci stanche, deboli e sole. Oltre, di solito, a farci sprofondare in un baratro peggiore ogni volta che finisce, di solito, male.Quali sono, dunque, le migliori strategie?

  • Darsi solo se ci va: per combattere la bulimia sociale da singletudine, imparare a stare bene con sé stesse, a guardarsi un film e ad assaporare il tempo passato da soli;
  • Vivere tanto, sempre e comunque: compreso il sesso occasionale, che durante i periodi di singletudine è molto, molto apprezzabile;
  • Non affezionarsi al primo che capita, trovandosi in piena notte a piangere per un deficiente, che di solito dopo qualche mese ricorderemo con una risata;
  • Scegliere amicizie di qualità, che possano supplire al bisogno indomito di abbandonarci ad una relazione “consumabile”.
  • Per evitare di diventare zitelle inacidite, armate di fazzoletto e amiche di rito, ad ogni relazione fallita, fidiamoci di più del nostro istinto che dei nostri sensi: il cervello ed il cuore ringrazieranno!

L’elogio della lentezza

A Parma si svolge in questi giorni il festival della lentezza, che esorta a prendere tempo per sé stessi, a godere giorno per giorno della vita che ci viene offerta. A volte mi sembra di vivere in un caleidoscopio di impegni, in una girandola senza fine, simile ad un criceto sulla ruota. A volte penso che dovremmo prendercela con più calma, dovremmo goderci a pieno le sensazioni del momento.

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(Immagine da Telecolor.net)

Dovremmo essere come un bradipo

Il bradipo se la prende con calma. Quando io ed Emmebi siamo andati al Parco Cappeller (che consiglio a tutti di visitare, soprattutto se avete bambini) appositamente per vedere i bradipi, abbiamo avuto la possibilità di notare che il bradipo non si era mosso di 1 mm durante tutta la nostra permanenza. A volte è necessario staccare la testa dagli impegni quotidiani, avendo come unica incombenza quella di pensare ad un libro da leggere, alla piscina o a quale film guardare. A volte bisogna occuparsi degli affetti, dei baci della mattina e di quella lentezza e relax di cui necessità il corpo per ritemprarsi. Qual è la ricetta segreta dunque per ritrovare la serenità?

11 ricette per la serenità

  • Spegnere il cellulare per due ore ogni sabato, domenica o quando volete. Dimenticatevi che esiste Facebook, LinkedIn, Twitter e co.
  • Dare baci ad ogni ora del giorno e della notte a chi si ama. Io mi spupazzo Emmebi ogni giorno e gli ricordo sempre che lo amo e lo amerò per sempre. Qualsiasi cosa succeda.
  • Chiamare i genitori e gli amici: anche per un “come stai?” e per fare due risate, l’umore ne gioverà.
  • Immergersi nella natura: fare una passeggiata, ammirare un fiore, sdraiarsi su un prato, camminare scalzi e respirare l’odore di bosco, foglie, sole ed umidità.
  • Allontanare le piattole: le persone negative e lamentose, coloro che quando le incontri non fanno altro che vomitarti addosso problemi e lamentele (loro!). E poi guarda caso quando le chiami non ci sono mai! Coloro che, persi nell’egoismo e nell’autocommiserazione, non si accorgono che la vita scorre ed  è bella!
  • Fare del volontariato: guardare come la gente che ha problemi veri affronta la vita, prenderne ispirazione ed imparare a vivere come loro, evitando di piangersi addosso. Questo aiuterà sia noi che i nostri familiari a vivere meglio.
  • Leggere un buon libro: aiuterà il suicidio assistito dell’analfabeta funzionale che è in noi, grazie ai social e ci aprirà la mente.
  • Chiacchierare con un amico/a: fare un sano pomeriggio di chiacchiere, non critiche, ma sane chiacchiere sul mondo, sull’amore e sul lavoro, sul cinema e su tutto ciò che volete. Allontanate coloro che parlano male di tutto e tutti, non sapendo e non riuscendo a fare altro.
  • Andare al mare o in montagna, dove più vi piace, sentendo sulla pelle l’odore della natura, che è la magia più bella che possiamo vivere.
  • Fare sport: lo sport aumenta la salute e l’adrenalina, migliora l’umore, il tono muscolare e tiene lontana la vecchiaia. Trovatevi uno sport o danza che vi piace e dedicatevi con tutto il vostro essere!
  • Fate un viaggio: indifferentemente dal budget e dal tempo che avete, fate un viaggio, lontano o vicino, per vedere anche solo un prato che non avete mai visto. Dedicatevi al viaggio come gli scrittori antichi si dedicavano al giro dell’Italia, documentandovi, scoprendo e applicandovi. Amate profondamente ciò che vedete, riempitevene gli occhi e la mente e portatene a casa il ricordo. Non approcciatevi a ciò con la superficialità tipica del presente, di chi invece di guardare scatta foto con i filtri e usa improbabili hashtag come #ciaopovery e #andiamoacomandare.

    E, infine, fate quello che vi va

Fate il lavoro che vi piace, indossate ciò che preferite e dite ciò che pensate. Senza essere schiavi della gente, della moda o del marketing. Sappiamo benissimo che, in parte, lo siamo tutti, perché bombardati di continuo da pubblicità, annunci sui social e varie spinte subliminali. Perché cercare di essere sempre coerenti e presenti a sé stessi è il più bel regalo che possiamo farci, in modo da essere sempre solidi e forti. E, soprattutto, resistere sempre, come si resiste al vento, alle intemperie ed alle avversità, non lasciandosi mai abbattere. Godendo della lentezza di un risveglio con la persona amata, o senza, con la pioggia, godendo del mare in tempesta, di una passeggiata nel verde o di un buon piatto di pasta senza tanti patemi d’animo. Non stando sempre attaccati a Facebook o al cellulare: la nostra vita sociale, la nostra emotività e la nostra famiglia ci ringrazieranno!

 

 

L’irresistibile impulso

Oggi mi è venuto un impulso irresistibile di chiedermi: perché una donna deve sbattersi trenta volte più di un uomo per ottenere qualcosa? Perché siamo sminuite da questi canotti pieni di volgarità, come la Moric, Belen e chi più ne ha più ne metta?Perché le citazioni colte sono quelle della Pezzopane e non di Rita Levi Montalcini? Perché la cultura e l’intelligenza sono così maledettamente fuori moda? Qual è il modo migliore per una donna non fisicamente eccelsa di uscire da questo empasse di analfabetismo funzionale che è il mondo moderno?

Ho letto da qualche parte che la maternità toglie undici anni di vita ad una donna: io credo che, più che la gravidanza in sé, il problema sia il sessismo diffuso che in questi anni rovina il mondo del lavoro. Perché ne Paesi nordici le donne possono lavorare fino alle 16? Perché per gli uomini esiste la paternità, analoga alla maternità femminile?

Qualcuno mi ha detto: “Avete voluto la parità”

Una dichiarazione sconvolgente, che mi è capitato di sentire in una discussione fra uomini e donne su questo tema è la seguente: “Avete voluto la parità”…. E quindi, scusa, dato che ho lottato per votare, per avere diritto a lavorare quanto te, per potere fare carriera, per avere posti di responsabilità, per eliminare dalla mente delle giovani leve l’idea che una donna è Donna solo se madre o moglie, e tu, uomo qualunque (non generalizzo, per fortuna), mi dici “Avete voluto la parità?”

Frequento diversi gruppi social: spesso mi chiedo come sia possibile che nel 2018 ancora tante donne, con livelli di scolarizzazione e cultura mediamente elevati, facciano discorsi del tipo: ” devo pulire io, il marito non pulisce”, ” è la donna che deve fare in casa” degni di tre secoli fa.

Del resto, di certo l’esempio non è la Cristoforetti

Fateci caso: sentite più volte al giorno il nome di una scienziata o di una soubrette? Business is business, diceva qualcuno, tira più un PDF che un carro di buoi, dico io. Mi è capitato di frequentare degli ambienti dove non si accettava neppure che una donna fosse ingegnere, tantomeno non lavorasse in amministrazione. E tu chi sei? La segretaria? Ah no? Sei un ingegnere? (sorrisetto ironico….).SI e mi smazzo alquanto, anche. Per mia fortuna, in una fase migliore della mia vita, ho frequentato ambienti più illuminati ed aperti in tal senso.

Qual è quindi il modo migliore di affrontare il nostro essere donne? A parte il ciclo, la gravidanza, la sindrome premestruale, i bambini, lo spannolinamento, i pianti, le notti insonni, il prevaricamento al lavoro, il part time forzato, la ricrescita dei peli, le pulizie, la ceretta, il trucco?

Cosa fare, dunque?

  1. Non permettete mai che vi dicano che non potete perché siete donne
  2. Non permettete mai ad un uomo di sfiorarvi con un dito contro la vostra volontà
  3. Non permettete mai a nessuno di dire “devi pulire tu”
  4. Non permettete mai a nessuno di “scavalcarvi perché donne”
  5. Studiate quanto volete, emancipatevi più che potete
  6. Non permettete mai a voi stesse di dipendere da un uomo, né affettivamente, né economicamente
  7. Siate forti, sempre, perché il mondo non è pronto a donne forti
  8. Non mandate a puttane la vostra carriera per un uomo
  9. Cercate di tenervi il lavoro che vi piace
  10. Tenetevi le amiche e uscite con loro
  11. Non permettete mai a nessuno di dirvi come vestirvi o come uscire
  12. Non permettete mai a nessuno di giudicare il numero dei vostri partner
  13. E infine: siate libere, amate e vivete, perché la natura ci ha dato questa meravigliosa prerogativa.

 

 

 

Un giorno, la Calabria

Quando nasci in Calabria hai un destino segnato. Anche se il mare è viola e il cielo è più bello quando riesci a scorgere lo Stromboli in lontananza, fra le nuvole. Quando nasci in Calabria sei abituato a giocare per le strade, a sentire l’odore dei pomodori a settembre e del mosto nei tini ad ottobre. Quando nasci in Calabria viaggi, sempre. A 18 anni, se vuoi fare una cosa decente di solito emigri e ti abitui nell’ordine ad un repertorio di perle e luoghi comuni. Di seguito le migliori o peggiori, in base ai punti di vista, raccolte in tredici anni di onorata carriera di emigrante:

  1. VOI GIU’ fate le feste che durano tre giorni veeeeeeeroooooo?
  2.  VOI GIU’ invitate tutti i parenti e vi sposate sempre giù, veeeeeeeeerooooo?
  3. Ma è vero che VOI GIU’ a Natale festeggiate tutti insieme? Si, di solito chiamiamo pure i compaesani del paese accanto, nel caso fossimo pochi.
  4. TOP: Maaaaaaa vieni dalla Terra dei Fuochi? Voi giù morite tutti di tumore… Vorrei ricordare la sigla PFAS, ma mi sembra brutto.
  5. Ma da VOI GIU’ pagate le tasse? No, di solito quando arrivano i bollettini li bruciamo.
  6. Maa le strade ci sono? No, viviamo nelle palafitte, la scolarizzazione è nulla
  7. Ma i tuoi vivono ancora giù? SI! e lavorano, anche
  8. Ma hai almeno un parente mafioso? Non ero a lavorare qua, se così fosse, ti pare?

Ringraziando Dio, in mezzo alla pletora di ignoranti pesantemente condizionati dall’analfabetismo funzionale del nostro tempo, ci sono persone normali, come i miei suoceri, il mio fidanzato, quei pochi amici che mi sono fatta in questi anni, che mi apprezzano per come sono e per quello che posso dare.

E per il resto?

Posto che mi trovo sempre in disaccordo con coloro che sparano l’enorme stronzata del “è più facile andare che restare” e del mio immenso rispetto per tutti coloro che decidono di restare e di combattere per il futuro di una terra terminale, marcia e corrotta. Io sono scappata e non me ne pento. Perché (spero) posso garantire ai miei figli un futuro bello e pieno di speranze e di servizi!

Perché io possa pensare che avranno l’autobus, la metro, il treno, la piscina, il calcio , il basket, l’università o un lavoro. Perché non debbano affidarsi al clientelarismo, perché io non debba raccomandarli per prendere 100  ( enormi capre) e non debba mantenerli a vita all’università se sono capre (vedi sopra). Perché non debbano sperare nel posto pubblico, nel politico di turno o nel sindacato di turno (messo prima delle elezioni). Perché i sacrifici che hanno fatto i miei genitori a non vedermi mai non debbano ripeterli anche loro. Perché non sia mai che si sentano diversi o in difficoltà o debbano sgomitare per farsi accettare in una città o su un posto di lavoro. E prego perché io sia all’altezza del ruolo, che sia illuminata come lo è stato mio padre.

E perché loro pensino ogni giorno di essere nati nella metà fortunata dell’Italia: io (purtroppo) le lotte le lascio a chi è più bravo di me.

Mi accontenterò di vedere il sole e il mare della mia bella terra e di piangere ogni volta che me ne stacco: perché pensare che è una regione in cancrena fa male, e tanto.

 

“Noi tranquilli e lontani”

Ognuno per sé piangeremo domani

Cantavano così i Pooh, descrivendo in maniera incredibilmente nitida il dolore che si prova ad ogni distacco. Io sono una che si affeziona pure al palo della luce, che parla pure con i muri. Questo in passato mi ha creato non poche difficoltà, soprattutto a livello personale ed emozionale.

Sono incapace di troncare i rapporti: siano essi di amicizia, amore o anche solo frequentazione. Rimangono aperti, come infiniti puzzle non finiti.

Il voler troppo bene rende deboli

Da anni ormai, dopo un’attenta ed approfondita analisi personale, ho capito che voler per forza tenersi ancorati ai rapporti esistenti è una sorta di coperta di Linus, che mi consente di farmi compagnia. Io, che vivo da sola da quando avevo 18 anni e 2 mesi, che impegno la mia vita nel crescere professionalmente e che ho fatto talmente tante cose a 31 anni che mi sento molto, molto fiera di me stessa, vado in pezzi appena qualcuno tocca questo mio lato molto sensibile. La cosa positiva che ho imparato con l’esperienza e con il tempo è che non c’è migliore cura del fregarsene, sempre e comunque. E dell’essere sempre sé stessi, crederci comunque anche quando tutto sembra remarti contro.

Sei un’increspatura in questa distesa di sabbia

E’ il complimento più bello che un tale, che dal 6 ottobre in poi mi accompagnerà spero per ogni singolo giorno della mia vita, mi ha fatto pochi giorni dopo esserci conosciuti. Perché mira alla mia testa, mi descrive come una persona un po’ più cerebrale e non guarda solo al mio corpo, involucro di un cuore pulsante e di un’energia sotterranea, malcelata e spesso emergente. Questa è la vera essenza della mia felicità: circondarmi di persone che mi amano per quello che sono, senza fronzoli né apparenza, di cui questo mondo ama circondarsi. A me piace, quando è possibile, essere quanto più vera riesco, proprio perché non amo la fissità, l’ipocrisia, l’accidia, le maschere, l’invidia. E se anche sembro diversa e mi affeziono, poco mi interessa: l’importante è non permettere che le corazze di cui mi sono circondata negli anni mi rendano arida e poco avvezza all’empatia che di solito mi caratterizza. E se non piaccio, pazienza, ci sono tante belle maschere da ammirare, corpi lisci da accarezzare, donne di legno da adorare. Io, intanto, penso a nutrire il cervello, investimento di gran lunga più redditizio.

Non tollero chi fa domande stupide, chi è sgrammaticato, chi non ha interessi

Non tollero l’ignoranza, sono estremamente fobica degli errori grammaticali e delle k. Odio le h che vi mancano, odio il non voler leggere nemmeno un libro, odio la cultura finta e l’analfabetismo funzionale. Non mi piace essere normale in un mondo di perfezione, ma sono abbarbicata alla mia normalità: talmente tanto che mi sento diversa, estremamente originale. Non ho tatuaggi, mi metto i tacchi solo se mi va, cammino perché mi piace, vado in palestra se mi va, mangio quando voglio, faccio solo quello che sento di volere, ascolto consigli solo se disinteressati. Sono estrosa, mi piace essere disordinata, aperta e confrontarmi con chi di intelligenza dispone. Per la perfezione, c’è sempre tempo, per ora mi godo la mia banale normalità.

 

Immagine tratta da http://www.visionealchemica.com Continua a leggere “Noi tranquilli e lontani”